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la nostra scrittura quotidiana

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Scriveva male ma sapeva sognare

Storia di come una storia sgrammaticata può cambiare il destino di chi la legge (e di chi la scrive)

Tornai a casa sfinita quel giorno. I docenti ci avevano già inviato il file su cui avremmo dovuto lavorare, quindi mi misi alla scrivania trascurando la cena e il bucato, approfittando dell’assenza di tutti in casa. Ovvio, tranne i miei gatti che, forse sapendo che ci avrei fatto mattina, prendevano il caldo sulla tastiera del pc. Stampai il file. Avevo bisogno di prendere confidenza col testo a modo mio, facendomene una fotografia, ritrovando amicizia coi miei fogli di carta buona, e, prima di leggere, me li guardai tre, quattro volte, scrutandoli fugacemente per cogliere prima la forma dello scritto e poi penetrarne la sostanza. Sì, sì, poi ci avrei messo mano al pc, ma intanto dovevo segnare, spuntare, sottolineare.

Ma, che impressione! La massa di testo era fitta e compatta, un carattere minuscolo, niente interlinea, tanto grassetto — niente a che vedere con una cartella editoriale — e quei fastidiosi puntini sospensivi messi lì come cacche di mosca che interrompevano ogni tanto il flusso di inchiostro. Se me ne fossi accorta prima, non ne avrei sprecati, di fogli, per la stampa.

Era un racconto. Si intitolava Lucia. Era la nostra prova finale di editing al Master di Scrittura e Editoria.

Bastò la lettura veloce dei primi due capoversi a farmi accapponare la pelle. Consecutio traballante, punteggiatura improvvisata, refusi come dita negli occhi, ripetizioni. Era uno scherzo? Davvero mi chiedevo se il docente avesse pensato a una prova difficile fino alla crudeltà o se volesse prendersi gioco di noi. Perché un editor come lui, uno che aveva attraversato per intero l’editoria italiana, una carriera eccelsa, ai nostri occhi avvolto da una lucente autorevolezza, ci faceva perdere tempo con un testo che, per come ci aveva lui stesso insegnato, era immediatamente da scartare non avendo nulla di quelle delicatezze e attenzioni — saper scrivere bene in italiano, per esempio — che oliano ogni passaggio fino alla pubblicazione? Sembrava il flusso di coscienza di un uomo qualunque con la presunzione della scrittura. Tipo me.

Che arroganza! È un testo impossibile! Ma quale lettore editoriale ha avuto la faccia tosta di proporre questo testo in casa editrice? Io l’avrei scartato per pietà verso l’editor. No, è una sfida, una prova estrema a cui vogliono sottoporci, sadici, i nostri docenti. Vogliono scoraggiarci. Anzi, è una trappola! L’unico modo per superare la prova è ammettere che è impubblicabile.

E giù risate, nel lungo flusso di messaggi che seguì la lettura di Lucia. Peggio di liceali con un vissuto persecutorio verso gli insegnanti. E io, proprio come una scolaretta, mi buttai a capofitto nel lavoro, dentro il testo, pur odiandolo a pelle. In fondo, ero sempre stata una secchiona e anche se non mi piaceva il compito, io lo eseguivo meglio che potevo. E poi, io volevo imparare un mestiere, non volevo fare troppa filosofia.

Mi ero accollata un anno (e più) di impegno severo e complesso, un anno di scrittura che voleva diventare professionale. Sarei diventata perfettamente autosufficiente nella produzione dei miei testi che, finalmente, avrebbero smesso di giacere negli scatoloni impilati sul ripiano di sopra dell’armadio a muro di casa mia, inchiostri sbiaditi nei logori quadernetti Moleskine (da brava bohémien). Avrei sedotto qualsiasi editore con la forza della mia voce, della mia competenza creativa, espressiva e tecnica, bla bla bla. La mia vita nelle mani di un editor, dal ripiano del mio armadio alla tua scrivania. Io e te che ragioniamo sul dolore, sulla bellezza e sulla fatica di questa strana vita che ci è capitata.

Ero in conflitto con la mia professione di psicologa, all’epoca. Come se tutto quello su cui avevo investito non rispondesse più alla domanda che continuavo a ripetermi dolorosamente — io chi sono? Ero in conflitto con la vita. Perciò mi concessi un anno sabbatico per immergermi in quello che, secondo la mia visione, sarebbe stato l’inizio di una nuova epoca, per me.

Ma il Master fu difficile. Ricordo che una docente, durante i primissimi giorni di corso, ci diede venti minuti di scrittura libera, guidata da una suggestione: la luna. Io scrissi di una serata di bambina in campagna dai nonni, scrissi dell’estate e delle lucciole che non ho mai più rivisto. Quando lessi alla classe quello che avevo buttato sul foglio scoppiai a piangere e la docente mi ringraziò e io non capivo bene perché. Grazie perché ho pianto? Io ho sempre scritto nel segreto. Grazie perché ho dato voce a un segreto? Insomma, fu difficile, emotivamente difficile, oltre alla fatica di stare dietro alle letture, alle prove e agli esami intercorso. E poi, inventare, scrivere di altro che non fosse la mia storia, di altro che non riguardasse la ricerca, l’esercizio, la tensione alla relazione con me, alla conoscenza di me, non mi interessava. Così scoprii amaramente.

Ma, come dicevo, sono una secchiona, e Lucia veniva prima di qualsiasi elucubrazione sulla mia questione personale. Così, nei giorni successivi, non esistette altro per me che Lucia.

Ve ne scrivo un sunto:

Vigilia di Natale, strade festose, bimbi allegri, vetrine colorate, profumo di dolci nell’aria. Un uomo vaga, stranito, attonito. Sua moglie Lucia sta morendo nel loro letto coniugale. Lui se ne è staccato di malavoglia per qualche ora, dopo giorni di veglia, incoraggiato da amici e parenti preoccupati per lui. Rapito dall’atmosfera del Natale, cede alla tentazione di un dolcetto da portare alle labbra della sua amata per donarle un ultimo piacere. Ma al suo ritorno Lucia non c’è più. La vita l’ha ormai lasciata.

E mentre Lucia moriva, mi nasceva un amore profondo per lei. Non nella svolta della morte — lei che se ne va proprio nell’attimo in cui lui si allontana a sgranchirsi le gambe — ma in quello che accadde dopo, nel racconto della sua assenza. L’autore rendeva in maniera vera una luce che si spegne: l’immobilità delle figure amiche intorno al letto di Lucia, che attendevano il rientro del marito, mute di fronte al suo strazio, il grigio in cui la stanza era piombata, il dolore mentre fuori tutto celebrava la vita, la morte proiettata nei volti della gente. E poi la frenesia dei riti di celebrazione, le carte, le cose, i corredi funebri. Il riordino straziante delle stanze non più abitate. E poi, la sedia trascinata sulle piastrelle della cucina, un suono così familiare ora insopportabilmente risonante e stridulo. La casa vuota, decaduta come lui era, seduto in cucina, da solo.

Piansi. Avevo perso da poco mio padre e riconobbi me stessa.

Mi presi cura di quel racconto come se avessi avuto Lucia davanti a me, come in certe pratiche orientali di ricomposizione dei corpi dei defunti, dove si rimettono a posto le membra e si ricompone il viso per restituire loro la dignità e la struggente bellezza di una vita che insiste.

La mattina dell’esame ci ritrovammo, tutti noi allievi, di buon’ora, nel chiostro eccessivamente erboso che precedeva l’ingresso nel lungo corridoio di aule, soltanto uno dei tanti, intricati corridoi di quello che un tempo era un prestigioso convento sulla collina di Napoli. Terrazze accecate di sole che davano sul golfo, una quiete data dall’essere lontani e sopra le cose della città, spazi ancora investiti di sacro che mettevano tutti in un atteggiamento ossequioso, contemplativo, come se l’anima del luogo esigesse questo.

Ci riunimmo in quella giornata di maggio che sapeva di ultimo giorno di scuola per bere un caffè e per confrontarci sul compito. Il racconto, “la materia“, era talmente plastico che il risultato fu sorprendentemente vario a seconda di chi ci aveva messo le mani. La mia amica architetto aveva lavorato soprattutto sul montaggio delle scene, ritenendo efficace l’ingresso temporale negli eventi. Un altro compagno, già autore di alcuni libri, aveva agito sfrondando e alleggerendo per mettere meglio a fuoco quello che secondo lui era il cuore del racconto. I compagni più giovani si lamentarono molto della fatica di allineare la consecutio temporum e di riordinare periodi talmente barocchi che sembravano ripiegarsi su se stessi.

Qualcuno ebbe il coraggio di dirlo, quello che pensavamo tutti,, e cioè che era scritto male e che un racconto come quello non sarebbe mai arrivato alla pubblicazione, ma sarebbe stato scartato in uno dei passaggi di selezione e l’idea che ci avessero presentato uno scarto ci faceva arrabbiare un po’. Insomma, come quando si gioca coi bambini a fare finta, ma i bambini non lo sanno.

Ascoltandoli, mi colpì l’estrosità, certe volte eccessivamente istrionica, di gestire il testo. Ognuno di noi aveva messo una certa cifra di sé nel lavoro, uno stile proprio, un’impronta. Eppure Lucia moriva sempre e sempre l’uomo soffriva.

Io feci un lavoro discreto di montaggio delle scene e di coerenza interna, ma niente di eccellente su un piano di resa. Ricordo che non volli condividere con nessuno l’esperienza che avevo fatto leggendo Lucia, neanche con il docente editor, per pudore credo. Non volevo espormi come con il racconto sulle lucciole, col rischio di piangere davanti a lui. Mi ero sentita fragile, esposta in una maniera che non avevo potuto prevedere e mi aveva fatto male, mentre ora sentivo di potermi tutelare meglio. Ma fu lui, a fine esame, a parlarci di quelle pagine, e a commuoversi per le scene della morte. Fu lui a raccontarci di come la forza di quelle cinque pagine — un capitolo del libro di prossima uscita proposto a noi nella massima segretezza e riserbo — avesse trainato il testo fino alla pubblicazione di cui, lui in prima persona, si era occupato.

Dunque Lucia non era uno scherzo, era un dono. La rivelazione che scrivere significa tutelare le immagini e l’anima delle storie e che il mestiere serve per puntare dritto al cuore. In fondo, lo avevo sempre saputo e applicato anche nel mio lavoro di psicoterapeuta; siamo testimoni e custodi delle storte dei nostri pazienti. Mi sentii un po’ come quegli eroi mitici che illudendosi di sfuggire al proprio destino vi incappavano puntualmente dentro. Non mi servì altro per tornare sulla mia strada e ricongiungermi, pacificata, con la mia professione di psicologa.

Ma fui tanto grata a quel vedovo che ammansì la mia superbia di esperta di scrittura, lui che scriveva male ma che soffriva bene, con una disarmante fiducia nel prossimo che gli fece sognare un editor che si sarebbe innamorato della sua Lucia e che le avrebbe assicurato splendore eterno. Come effettivamente fu.

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