Mi ha sempre commosso l’atteggiamento del diarista, chino sul foglio, solitario, abbandonato a un filo di narrazione che non chiede né lettori né uditori ma che, anzi, rifugge l’occhio estraneo mentre scrive a un unico solo dio che abita dentro di lui. C’è qualcosa di antico, di lontano in quest’immagine come lontani devono essere il luoghi che l’Anima deve raggiungere per trovare le sue parole.
Scrivere un diario assomiglia a un esercizio spirituale. È una bozza di se stessi. È una forma esplorativa e sperimentale di scrittura non convenzionale, talvolta eccentrica, sgrammaticata, delirante. Ed è una forma privata che vive nell’estetica dell’incontro con se stessi. Proprio non è una scrittura con destinatario sociale. Anzi, si sottrae con energia, con determinazione, talvolta con ostinazione, a uno sguardo che non sia il proprio.
Ho sentito spesso storie di diari dispersi, distrutti, sepolti, bruciati, negati dalla stessa voce di chi li ha scritti pur di tutelare il segreto di una – della – vita, di non violare il privato, l’indicibile, di legittimare il non detto. Come se il colloquio solitario che riempie le pagine di un diario avesse a che fare con il sacro, come se avesse bisogno dell’oscurità e del silenzio per essere possibile. Vero! Segreto è anche il volto di un bambino alla sua stessa madre quando non è ancora nato; è un segreto che garantisce la vita. Tuttavia, un segreto ha un’energia che può realizzarsi nella segregazione, nella chiusura mortifera, nella paralisi; pensate alle segrete, le stanze sotterranee dove venivano rinchiusi a morire dimenticati i prigionieri in epoca medievale. E io, da una vita, combatto tra il segreto e le segrete. Sono una collezionista di taccuini, quaderni e diari, cartacei e virtuali, e di altrettante chiavi, lucchetti, password e codici.
Dopo questa lunga premessa, voglio raccontarvi una storia che ho letto su una rivista online qualche anno fa: un giovane editore che passeggiava per le strade della sua città, si imbatté in alcuni cassonetti della spazzatura colmi di quaderni, taccuini e diari scritti a mano, alcuni di questi riversati in terra e maltrattati dalle intemperie e dal calpestio dei passanti. Si fece l’idea che eredi o avventori li avessero ritenuti inutili e li avessero gettati via dopo la morte dell’autore. Può essere! Io stessa ho riposto nell’armadio i quaderni di mio padre senza mai aprirli. No, non è vero, una volta li ho aperti. Era morto da poco e io gli sistemavo la casa decidendo cosa salvare e cosa no, così trovai i quaderni – non sapevo neanche che scrivesse -. Lo sguardo mi cadde rovinosamente su due righe scritte con la Bic, ormai un po’ stinta sulle pagine ingiallite. Diceva che gli mancavo, che gli mancavano i miei figli. Chiusi immediatamente i quaderni e li portai a casa. Ora sono lì dove li ho messi sei anni fa, a raffreddare!
Insomma, ritornando ai fatti che vi dicevo, mentre il passante vede carta straccia, l’editore vede una storia che non è, o non è solo quella registrata nelle pagine dei taccuini – forse molto poco interessante e avventurosa -, ma è la storia della riesumazione di un’identità che non passa per l’anagrafe ma per la parola, oltre alla storia di una brillante operazione editoriale. Un’operazione che non ha neanche carattere di novità se pensiamo a tutti i diari postumi pubblicati, ma lì c’era una questione importante legata al cassonetto-dimenticatoio, all’oblio della memoria, alla perdita della voce e della parola come testimonianza della vita.
Ricordo che non si poté risalire al nome dello scrittore perché egli si riferiva a sé stesso in prima persona, così come spesso facciamo quando scriviamo il nostro diario: IO. Io pensavo spesso a IO che, come me, con rigorosa disciplina, così come evidentemente faceva da sempre vista la quantità di pagine scritte, registrava sui suoi quadernetti i fatti importanti della giornata, imbastiva dialoghi con figure assenti, sbrogliava i pensieri, affermava le sue ragioni, confessava i suoi amori.
Pensavo a lui come a un uomo solo, burbero, scontroso, non so perché; uno che deve scrivere perché non ha nessuno con cui parlare. Forse pensavo così perché l’immagine dei suoi fogli sparpagliati per strada mi faceva pena. Mi immaginavo la sua casa come un santuario di ricordi, vecchie fotografie appese alle pareti, souvenir sulle mensole, polvere, cellofan, una cornice poggiata sul comodino con dentro un bigliettino di auguri di buon compleanno scritto con una grafia infantile, un pacco di biscotti con le gocce di cioccolato dentro la credenza perché non si sa mai, vecchi orologi che non camminano più. E più ci pensavo e più non potevo credere che dentro quei quadernetti non ci fosse un desiderio, che IO non avesse mai sperato che certe pagine piene di cura, di attenzione e di amore non giungessero mai nel cassetto giusto, come un gesto di riconciliazione.
E ancora ci pensavo e di nuovo mi sentivo come IO mentre gettavo un occhio alle pile dei miei quadernetti e un altro alla spazzatura e facevo il conto delle probabilità che un editore passasse per le strade del mio piccolo quartiere proprio il martedì, che è il giorno della carta. Perché io, invece, ci speravo. Volevo un destino da cassetto e non da cassonetto. Io, una mano che raccogliesse i miei fogli, la volevo.
Quando realizzai il mio desiderio di un interlocutore mi sentii come James Stewart in quel bellissimo film del ’46, quando saluta tutte le cose come se le vedesse per la prima volta dopo essersi creduto morto. Ora, io non so che fine abbia fatto IO, quale sia stato il suo destino, se vagamente assomiglia all’idea che me ne sono fatta io, però vorrei dirgli che, in qualsiasi modo abbia deciso di vivere, non importa. La sua morte – e se non è morto lui è morto il segreto nelle sue pagine, nate come si nasce, gettate alla luce brutalmente – ha portato tanta fortuna e ricchezza all’editore che ha pubblicato i suoi diari sgualciti e a me che ho legittimato il mio desiderio pensando di meno e parlando di più. Io non credo al segreto ottuso e intransigente, alla difesa a oltranza di un nucleo narcisistico; credo al pudore, alla delicatezza, al privato, all’intimità, questo sì. Credo nella ricerca della verità, quella a cui si dedicano gli scrittori, di qualsiasi natura siano, i poeti e gli artisti. E credo nella parola come atto di riconciliazione.

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