È un incontro tra parola e cura
Ho sempre sognato di avere un blog, uno spazio pressoché infinito, un vuoto virtuale, una specie di Fantàsia post Nulla apocalittico, una casa nell’etere fatta solo di materia immaginale, un luogo di intenzioni sostanziali e per niente fattuali, qualcosa da riempire, da costruire, da inventare. Da colorare, da popolare.
Dicevo, ho sempre desiderato un blog. Anni fa ne avevo uno e ci scrivevo quasi tutti i giorni. Di memorie, di rivendicazioni (all’epoca ero molto arrabbiata), di solitudini e languori crepuscolari, di opposizioni e alleanze, di speranze. Qualcuno lo leggeva e partecipava. Dopo tanto tempo ricordo ancora i nomi di alcuni che transitavano quello spazio e si bagnavano nei miei umori. Era bello. Poi non so com’è successo, da un giorno all’altro gli umori sono diventati liquidi, hanno perso di plasticità – ma come lo vuoi descrivere uno spazio virtuale? – e tutto mi è sfuggito tra le dita. Le persone erano vaporose, il contatto allucinatorio, la consolazione evanescente e la solitudine opprimente. Ho odiato tutto. Così ho chiuso il blog e ho perso le parole che ci avevo dedicato – i racconti su mia madre, le poesie, i commenti dei compagni di scritture -, ho perso le voci che mi ispiravano, le intenzioni. Ma quanto sono stata arrogante a pensare che non ne avrei mai sentito la mancanza?!
Ho abbandonato, non ci ho investito, non ho avuto pazienza, non gli ho dato una forma, o non ho lasciato che ne prendesse una propria. Ah, come sono belli i vostri blog con quelle lunghe colonnine di archivi! Come avete fatto a resistere tutto quel tempo? A me sembrava di aver perso il filo del discorso. Ho anche provato, in seguito, a mettere su un blog professionale, ma non sono mai stata una brava sponsor di me stessa; mi sembrava che qualsiasi cosa avessi da dire, qualcuno l’avesse detta prima e meglio di me – e, in effetti è così -. Ma in realtà è una scrittura che mi annoia, mi avvilisce, mi affatica. Non sono capace, ecco!
Per un po’ mi sono allontanata dalla scrittura, ma poi ho ricominciato, un taccuino dopo l’altro, a scrivere in solitaria quello che mi passava per la mente, a raccontare quello che vedevo dalla finestra, a usare tutti i registri che avevo a disposizione, a ingarbugliarmi nelle frasi e a approfondire come spingere il coltello nella carne, a incidere, a soffrire. Insomma, chi scrive lo sa che non ci si può sottrarre a lungo a quest’agonia.
E allora mi ha afferrato un’idea che, se ci penso, è così umana, lo è in una maniera così disarmante che ha il sapore agrodolce della rinuncia e della resa. Rinuncio alla mia torre d’avorio, alla roccaforte solitaria, all’eco della mia stanza, alla dittatura della privacy – sono disposta a contrattare adesso -. Voglio parlare con voi, del tempo, della musica che ci piace, dei nostri film preferiti; voglio raccontarvi di quella volta che ho pianto sulle scale dell’università, di quando ho trovato un gattino nel motore della mia auto, di una breve stagione d’amore; voglio sapere se anche voi, qualche volta, vi sentite come me, storditi, persi, soli.
Dunque, eccomi ancora e di nuovo qui con voi, col mio lavoro, col mondo, con tutto. Se sei qui per caso – e probabilmente è così -, ti do il benvenuto in questo mio luogo autobiografico, ridondante di filosofia metropolitana, umilmente poetico, necessario per me che lo scrivo, sincero.
Scrivo per me, per voi, per i miei figli se un giorno vorranno rintracciare la loro madre tra queste righe, scrivo per dire, per trovare la voce, per ricordare e per partecipare. Scrivo per i soliti motivi, scrivo come gesto effimero.

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